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Claudia Trisoglio - Les errantes - poesie - p. 84 - Euro 5,00
La dimensione simbolica del viaggio, nella nuova fatica poetica di Claudia Trisoglio, si precisa nel valore etimologico del titolo, laddove gli "erranti", per la ben nota origine semantica comune e dicotomica dei due lessemi "errore=sbagliare" ed "errare=vagare a vuoto", cioè senza centrare una meta, altro non sono che coloro i quali danno esclusivo valore, in uno spostamento nello spazio, ai due limiti estremi del medesimo, quello iniziale e quello finale: la partenza e l'arrivo. Ed è naturale che in questi casi il rischio (l'errore, appunto), fondamentale e sublime, sia quello di confondere la fine con l'inizio, arrivée e départ, fin e début, trasformandosi in "erranti" tra i due poli ormai speculari e vicendevolmente sostituibili.
Il tema fondamentale di tutta la poetica della Trisoglio emerge anche in quest'opera come viatico interpretativo di un discorso coerente e, benché in continua evoluzione, costantemente teso nella ricerca di una sua perfezione intrinseca: si tratta della definizione del dolore come tentativo di attribuzione di valore allo stesso, unito ad una richiesta di condivisione (qui s'intuisce la metaforica filigrana del viaggio) che ne permetta la fuoriuscita da un ambito esclusivamente personale e monodirezionale.
Intendiamoci, la poetessa, qui come altrove nella sua ormai ricca e autorevole storia artistica, parte comunque da una solitudine dell'anima che rovista dentro se stessa, talvolta anche con lucida disperazione; e probabilmente anche il punto d'arrivo, come s'intuisce dalle battute finali del presente canzoniere, vedrà la sua voce interiore tirare le somme colloquiando con lo stesso spirito che le conferisce il suono.
Ma in mezzo, nell'errare del cammino, nell'andirivieni continuo della vita di cui è compenetrato tale viaggio, c'è la grande aspirazione verso l'anima dell'altro. La domanda d'amore, la ricerca di pace, la fuga da storie struggenti che lasciano ferite e imbruttiscono, la speranza d'approdo fra braccia rassicuranti e rasserenanti, sono simboli più volte emergenti dai versicoli delle liriche qui contenute. Il dolore dell'io lirico si semantizza, si guarda intorno, cerca consensi, complicità, conferme; tuttavia non teme di sminuirsi quando incontra dolori più forti, quando si fa solidale con l'altro, con il mondo altro, con le "imperfezioni" che non sono le proprie, perché "la vita incanta" e per un attimo può lasciare immaginare che il cammino assoluto, il mondo, tutto quanto, sia "incanto". La Trisoglio non rinuncia alle illusioni, pur chiamandole con il loro nome, consapevolmente, nei passaggi lirici in cui dimostra di saper guardare oltre sé, quando la melodia del suo cuore pioviggina parole sapientemente scelte che spaziano intorno, filtrando, attraverso il loro continuo ed impietoso scandaglio nei liquami dell'anima, l'osservazione dell'esistente.
Gli attriti del destino sono talora rappresentati da efficaci condizioni claustrofobiche, cascami di situazioni nelle quali non si riescono più nemmeno a nominare le cose, perché anche i nomi da dare al contingente risultano abusati, finiti, non sufficienti: "solite cose / stradette / stravissute / senza più sinonimi", dove il climax ascendente risulta particolarmente fulgido, indovinato e comunicativo, sostenuto in più - come spesso accade per lo stile curato della poetessa - dalla presenza allitterante, continua all'inizio di ogni verso, della consonante "s" e dell'accenno paronomasico di "stra"; tutti strumenti retorici, questi, che sottolineano la condizione emotiva, colorandola di significante.
Nel simbolismo del cammino, le asperità del vivere, la presenza desiderata e immaginata, si fanno immagine; ad esempio nella enigmatica e inquietante figura della poesia "Piccola", in merito alla quale ci si augura di indovinare una metafora di condizione dolorosa generica, dovuta ad esclusione, accantonamento, emarginazione, in luogo di un'urgenza reale emergente dalla memoria, che addiziona angoscia all'angoscia.
Altrove lo sconforto dell'io poetico è quello di vedere talvolta nel ricordo un inutile e protratto fuggire "da nessuno verso il niente", lampo icastico di eccellente intuizione e fotografia limpida dello status errabondo per eccellenza.
Non mancano alcune isole di abbandono estatico e felice, come in "Ritratto" ("pacata / che / sa di sole / sa di vita") e in "Amo di te" ("amo / di / te / l'amarti / di tutta / la mia emotività"), così come l'apertura improvvisa di "ancora / stamattina / fischiettavi / in fondo / alle scale" che rende vigorosi e leggeri al tempo stesso gli scarti rispetto al tema, le soluzioni improvvise, inaspettate, le occasioni del ricordo recente che si sovrappongono al rovello abituale.
Rumori e odori del passato, o addirittura ancestrali, di una memoria non razionale o cercata, affiorano lasciando sbigottiti sull'attuale stasi, sulla mancanza di vibrazioni rispetto ad un tempo, interiore o del passato. Poi il futuro, come sempre all'improvviso, "sorride al passato". Basta "l'ipnosi di un amore" ad addormentare "i dolori di sempre".
Il canzoniere di questo viaggio con partenza e meta volutamente confusi, si stempera poi nella dimensione di una vacanza estiva, dove anche il termine "vacanza" va semantizzato e inteso in senso connotativo, una momentanea assenza, ovvero una latenza, dal dolore. Significativa in questo caso la fulminea citazione montaliana, non infrequente nel panorama poetico della Trisoglio (e qui legittimata anche da essenziali ma intensi cenni paesaggistici), di "arrivi / e / partenze"; quello che sembra un finale lieto, con il raddoppio delle voci e dei cuori, l'allontanamento del dolore come tormento solitario e monotonico, si capovolge in esordio, lasciando intatti i sospetti di future angosce, quasi che il destino del poeta stia nell'attendere, durante il sereno, la nuova tempesta di dolore, e viceversa.
Una prova poetica, questo "Les errantes", doppiamente convincente, poiché l'autrice, alle già confermate qualità di lindore del verso e lavorazione sapiente della commistione tra emozioni e uso della parola, aggiunge precisione nello sviluppo del tema di fondo e abilità sapiente nel manipolarne i contenuti con meticolosa pulizia strutturale, il che, alla luce del vigore sognante e profondo che sa trasmettere nelle liriche, rende già ad una prima lettura l'idea della completezza e della bellezza dell'opera.
Alessandro Mancuso