Poesia e Narrativa


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Carlo Paludi - Desilandia 2a edizione

Libri Novità




CARLO PALUDI - Desilandia - pp. 114
Prezzo di copertina: Euro 10,00


Il poeta Carlo Paludi possiede una sorprendente capacità di sguardo e di ascolto: delle forme e dei colori, delle voci, dei sussurri, dei silenzi di ogni essere vivente, di ogni cosa, del mare, del cielo, delle stelle… Una capacità di ascolto che denota raccoglimento e concentrazione e, ad un tempo, uno sguardo curioso, indagatore, pronto a cogliere anche nel minimo particolare qualcosa del segreto della vita. La duplice dimensione dello sguardo e dell'ascolto esplorativo e insieme contemplativo pervade questa terza raccolta poetica, è un segno distintivo che la caratterizza più profondamente rispetto alle due raccolte precedenti del nostro autore.
Qui lo stigma poetico si mostra più marcato ed incisivo, animato com'è da una memoria del passato e del presente incantata e lucida: sguardo e ascolto, sempre attenti e vigili, spesso si fanno memori e sognanti, di un sogno breve e leggero, dove l'emozione si scioglie senza indugi nella felicità inventiva di un'immagine metaforica o nelle note sillabate di un brevissimo verso:
"Solo scorsi nel suo terrazzo/ Un balenìo/ Che per un millesimo - scapigliò/ Dietro la finestra./ L'ho avvolta dei miei sguardi/ Le ho messo uno smeraldo sui capelli - / In cima alla strada/ A lei mi sono girato/ In un tramonto che rimane/ Con la mano alzata. (Le fate).
Si prova quasi disagio a citare un frammento. Queste poesie vanno lette, guardate, ascoltate interamente e a più riprese se si vuole percepire il senso vero: esso apparirà allora tanto più ricco nella concentrata brevità dei testi, nel gioco del linguaggio poetico apparentemente piano e semplice, in realtà densamente allusivo e pregno.
Desilandia: il paese reale della fanciullezza e della giovinezza, diventato ormai "il paese dei desideri", è il titolo emblematico dato dal poeta alla nuova raccolta che, pur distinta in due sezioni, si svolge tutta nel segno della memoria, leopardianamente, delle rimembranze.
C'è la memoria di esperienze felici, di incontri rievocati con la freschezza e lo stupore dei giovani anni: quella Corriera blu, la mitica "Costa Felice"! E gli sguardi che s'incrociano dalla strada al finestrino, ed è subito paradiso!
C'è la memoria vivida di personaggi singolari, bizzarri anche, ritratti, a distanza di tanti anni, come dal vero, con umorismo tra caustico e sorridente: quella straordinaria Maria Teresa, ragazza metallica, sempre aperta alla prepotenza e alla guerra; e quello smemorato violinista vagabondo che non visto punta l'archetto verso l'orizzonte.
E c'è, prevalente sulle altre, la memoria dei luoghi: paesi e paesaggi, strade, case, alberi, cieli e mare; "luoghi" come San Maurizio di Monti, Coreglia, Noè ed altre borgate strette sui monti a ridosso della costa ligure tra Rapallo e Santa Margherita. Qui indugiano lo sguardo, l'ascolto, la memoria: Serena e dolce incede/ Ai margini del mondo - / La vita è tutta qui/ In quest'angolo di terra e di cielo./ Qui sotto il melo che l'edera avvolge/ Si confondono le ore passate e future - / Un'illusione - un tocco - / Che vive piano e lento come un sogno./ (…) E lo sguardo scorre/ Sulle vigne cadute - / E tutta l'amarezza nel bisbiglio/ Dei tramonti - / Qui dove ciò che punge/ E' ciò che sempre amai./ (Ne' Fasce).
Ecco apparire il pino, uno degli alberi amati di Desilandia, un amico ormai scomparso: Un tempo respirammo/ La stessa aria/La stessa terra - / Lui visse con me - / Ci scambiavamo pensieri./ Strana cosa questi altri alberi/ Stranieri./ Vuoto il cuore/ Saccheggiata la memoria/ Cancellate le radici - / Niente albero né cielo/ Né me né te./ (Il pino).
Tra i luoghi della memoria la città di Genova ha un posto privilegiato. Riconosciamo il quartiere abitato dal poeta nell'adolescenza ardimentosa: Ricordate le sere che vespeggiavamo/ A sciami in via Delle Gavette?; Le partite - epiche - giocate là sul campo di pallone vicino al Bisogno: Correvamo come angeli/ Nella tramontana - che calava - / Giù dai monti - dura./ (La gazzosa).
Ritroviamo Genova con il suo porto e il suo mare, Antica come la pietra/ E come l'acqua/ Nella sua cantilena - raccoglie - / Echi e parlate - conchiglia - / Dai quattro canti del mondo./ (Dal porto).
E ancora, Genova con i suoi "luoghi storici", come il pulpito della Chiesa del Gesù dove un'indimenticabile Faccia di marmo/ Guarda e ride/ La sua risata eterna./ (…) Nell'eco dorata delle navate/ e fuori/ A riempire le piazze e il mondo./ (Il pulpito).
Rivediamo piazze notissime della città, così note che spesso ci lasciano indifferenti, qui rivisitate e ricreate dalla memoria poetica, come Piazza Colombo: Sta la fontana - asciutta - / Al centro della piazza./ (…) La piazza dove nulla è cambiato/ Ed è cambiato tutto.; oppure… Piazza Girasole, che nessuno saprebbe individuare nella toponomastica genovese come Piazza Paolo Da Novi: Perché solo il poeta riesce a vederla come una piazza che vive, e sembra ruotare su se stessa alla ricerca del sole, e, Incantandosi - resta a testa in su - / Guardando il cielo/ Che sembra voltarsi - oscillare./ (…) Misteriosamente sorride/ Riflettendo le ore/ che passano via/ Sempre./ (Piazza Girasole).
A questo punto ci sorprendiamo a sorridere anche noi: che bella piazza!
Dalla prima all'ultima composizione, il poeta concentra lo sguardo, l'ascolto, la memoria nella circolarità viva di una comunicazione incessante, alla ricerca del "nome da dare alle cose", della parola che non si ripieghi in se stessa, ma continuamente "inventi e rinnovi il mondo". Nella sua propensione verso il non detto e l'indicibile, egli sa che non ci sono mai traguardi definitivi; beato se può cogliere barlumi di luce e offrire sostegno, sia pur fragile, a qualche vuoto, a qualche solitudine. Questo è il dono - la grazia - della poesia.
Carlo Paludi, schivo come uomo e come poeta, presenta con tocco rapido e leggero il suo dono e invita all'incontro, se lo vogliamo: Nell'azimut del vetro ci incontriamo/ Trasparente - essenziale - tocco/ Come da specchio a specchio./ (Il terrazzo) (Domenica Bifoli Dezzutti).


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Prefazione alla seconda edizione
La terza raccolta poetica di Carlo Paludi, Desilandia (il paese dei desideri), esce in questo volume nella sua seconda edizione. Non si tratta di un semplice aggiornamento - in poesia non esistono, fortunatamente, termini simili - ma di una messa a punto, caratterizzata più dalla necessità di arricchire un discorso lirico già avviato che da logiche di semplice sviluppo. Si nota infatti che le due sezioni in cui la silloge è suddivisa permangono anche in questa secon-da edizione e che della precedente mancano poco più che una manciata di componimenti, mentre alcune decine di nuovi si aggiungono a rendere maggiormente corposo l'assunto tematico.
È tradizione consolidata, ma potremmo anche dire parte di un sistema di lavoro, che i poeti a partire dalla fine del XIX secolo non concepiscano l'opera poetica come conchiusa e definitiva se non dopo un rovello di anni e spesso decenni; molte le redazioni delle raccolte, di volta in volta aggiuntive nel numero delle liriche, in qualche caso anche elaborate in un intervento di ripulitura, o sintesi, delle singole composizioni. Nella seconda edizione di Desilandia Carlo Paludi non interviene sulle poesie già presenti (se non con irrilevanti modifiche, come nella poesia Giorni d'autunno, in precedenza intitolata Autunno); lavora invece con sottile attenzione sulla collocazione delle nuove all'interno dell'impianto sequenziale, architettonicamente definito e anche questa volta rispettato. Il cammino del sogno si amplia, rinunciando a poco della sua prima fase e acquisendo nuove formule in materia di visi, voci, presenze.
La prima sezione della raccolta ha titolo In una stanza io vivo. Sostituisce il Potrei andare sulla luna della prima edizione, che apriva con la poesia Mattino, visionaria e corposa, attualmente in seconda posizione. L'incipit del volume questa volta è affidato a Il faro, poesia più terrena, in cui la condizione del poeta si tinge di fiabesco, sostanziandosi in una ridda di parole simbolo che sembrano voler costituire una sorta di guida per la lettura delle pagine che seguono (il melograno, il faro, i fiori, la finestra, la fuga, il confine…).
È caratteristica di Carlo Paludi quella di lavorare abilmente sulle armonie di un'immagine collocandone le note circostanziali, e riconoscibili, in un versicolo, spesso in uno o due sintagmi accostati con misura, centellinati; certo, questo fa parte delle peculiarità di molta lirica novecentista, ma come ho avuto modo di dire in altre sedi il nostro poeta possiede una misteriosa - magica - abilità non così facile a reperirsi in altre penne: quella di rendere vigorosamente e immediatamente comunicativi i dettati delle sue composizioni, nonostante la ricerca elaborata e continua di sintesi, la caccia alla parola che suoni e che illumini nello stesso tempo. Nella lirica Febbraio, ad esempio, Una laguna che ride, Palazzi in altalena, Resta il cielo infreddito, Di stucco, Sventola, sono formule dotate di notevole scintillio retorico, e tuttavia limpide nell'immagine che restituiscono, delle cose e dell'ambientazione.
Se la prima sezione della raccolta ha visto mutare il titolo ma non l'impostazione di fondo, orientata su una dimensione più cittadina, genovese, dei ricordi affioranti dalle cose e delle occasioni attraverso le quali risalire alla memoria, la seconda sezione lascia invariato il titolo, lo stesso del libro, ma anche il sottotitolo, che suona un po' come un'appassionata dedica al "paese dei desideri", quel "San Maurizio di Monti" da cui continuano a provenire - promanare - figure del mito, simboli dell'appartenenza, presenze del passato e creature dei luoghi, di marca rurale, come nel più classico dei rovesciamenti città-paese, realtà urbana e realtà agreste.
Giova ricordare, in proposito, la doppia voce del Caproni "genovese" e del Caproni di Fontanigorda, così co-me la doppia, addirittura, velocità del Pavese "torinese" e del Pavese delle Langhe. Anche Carlo Paludi, benché con accenti del tutto suoi e dotati di una freschezza poetica marcatamente attuale, lavora su questa dicotomia, offrendo una lettura particolare di certe visioni da un punto di vista "urbanizzato" nella prima parte e una melodia diversa nell'affrontare le emersioni mitiche nella condizione del borgo, delle frazioni, dei personaggi affioranti da ripide strade campestri, o da muri di pietra grezza.
Senza nulla togliere alla bellezza innamorata che Paludi sa restituirci negli incanti delle piazze, delle vedute, dei quartieri di Genova, nei lampi sul passato giovanile di corse in moto e di partite a pallone, sembra quasi che tutto ciò sia propedeutico, preparatorio allo slancio verso il "paese dei desideri", la liberazione nelle braccia di una mitologia privata da coltivare costantemente e da cui è impossibile non essere sopraffatti. Non a caso, credo, la maggior parte delle poesie nuove entra, in questa seconda edizione, ad arricchire proprio la sezione dedicata a San Maurizio di Monti; le principali modifiche sono infatti lì, e quasi tutte modifiche in aggiunta (solo quattro liriche vengono tolte dal libro precedente).
L'incanto mitico di personaggi come Mary Rose, Maria Teresa, Don Basso, Adriano e altri, si arricchisce della presenza dell'onorevole Becco Rosso, di Sebastiano il profeta e dell'enigmatica e inebriante figura di Principessa.
A scanso di equivoci però occorrerebbe dire che le liriche del "paese dei desideri" sono tutt'altro che improntate alla nostalgia; sarebbe già estremamente riduttivo definire operazione nostalgica anche quella operata da Paludi su certe immagini del passato giovanile genovese, ma per quanto riguarda il microcosmo della memoria di Montallegro, di Noè, di Fasce, di Coreglia ha molto più senso parlare piuttosto di una sorta di personale antologia di Spoon River, nella quale le presenze si fanno anima dei luoghi, incarnano la morfologia di una veduta, vibrano nelle pietre e sparano bagliori sulle curve delle stradine ripide. Logicamente c'è il cuore del poeta, con il suo sguardo ora incantato ed ora dolente, a rendere il tutto sofferto prodotto della memoria che anelerebbe l'impossibile e l'imponderabile, ma quelle immagini vivono di una vita propria e sono dotate di una forza che solo la passione e l'innamoramento dell'artista possono produrre. Siccome quasi tutti hanno un "paese della memoria", che sia un borgo, una piazza o addirittura un continente da sognare, da raggiungere, da cercare di rivedere, disperatamente, come era prima, le liriche di questa raccolta di Carlo Paludi aiutano a mettere a fuoco le dimensioni più intime, frementi e belle di ciò che ciascuno si porta dietro dei ricordi (Alessandro Mancuso).

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Caro Carlo,
ho finito di leggere il tuo bellissimo libro. Desilandia fa un ritratto del tuo amato paese di San Maurizio. Mi piace il modo in cui riesci ad afferrare lo spirito del posto, senza essere colto di sentimentalità. Tu ti identifichi con il luogo e quando dici "in una stanza io vivo" riesci a completamente immergere il tuo essere nei ricordi che non sono semplici ricordi ma specie di unità che trasformano tutto fuori - anche nel cuore della città polverosa e moderna - in esperienze quasi metafisiche. Penso alla poesia "Principessa" che parla e non parla della Madonna nel senso che la religione cattolica con la figura di Maria era dominante nei paesini del passato con le festività, i cortei che attraversano i centri ecc. Ma la tua principessa mi sembra un'altra cosa che, sì, fa ricordare la Regina del cielo ma non lo è; è una figura di madonna, bella e perfetta, ma - se si può dire - paganizzata, uno spirito del luogo, sì madonna ortodossa ma anche uno spirito benefico dei boschi e prati e colline e nubi.
Così la tua visione è metafisica. Hai un occhio molto attento ai dettagli di descrizione e muti loro in qualcosa di significato più rilevante dietro la superficie del mondo quotidiano: ma ecco il tuo talento, di sapere posare i dettagli per aprire gli orizzonti di un altro mondo di essenze e figure mitiche ma naturali.
"Domenica senza tramonto" ha un'ampiezza di sentimento che mi fa ricordare il Leopardi - come Ginestre, che probabilmente per il lettore italiano rievoca sentimenti elaborati dal Leopardi, e perché no, abbiamo un fondo eterno e comune di esperienza umana che può essere maneggiato in vari modi e il risultato rimane personale al poeta.
Tante poesie vibrano nella mente, e nel corpo, del lettore perché riescono a suggerire in modo sottile, quasi inafferrabile nella leggerezza, altri stati e livelli vissuti. "Notte al neon" ha questa stranezza e anche "Sognano i miei capelli" e "Scintilla" e "La stanza ritrovata", cioè uno stato quasi di trasmutazione.
Gioiosa la poesia "L'elefante"! e mi piacciono anche le poesie dei "ritratti" fatti con un pizzico di sale, con un sorriso benigno però, come "Il rettore", "Maria Teresa" e "Il filo d'Arianna".
"Perderò le ore" lo leggo come manifesto.
Peter De Ville


* Peter De Ville, Professore dell'Università di Genova e poeta, ha curato la traduzione in lingua inglese del libro
Tornati da te di Carlo Paludi.




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